giovedì 30 aprile 2009

Il ritorno della fusione fredda















A vent’anni di distanza dal primo tentativo parzialmente riuscito di fusione fredda, un nuovo esperimento sembra aver riaperto le speranze di ottenere reazioni nucleari a bassa energia (LENR-low energy nuclear reactions). Lo annuncia un gruppo di ricercatori coordinati da Pamela Mosier-Boss dello Space and Naval Warfare Systems Center di San Diego (California), con uno studio presentato al meeting annuale dell’American Chemical Society: la prima prova visibile della produzione di neutroni, le particelle subatomiche la cui presenza dimostra l'avvenuta reazione atomica.

Era il 1989 quando Martin Fleischmann e Stanley Pons dimostrarono di aver ottenuto sperimentalmente la fusione fredda, suscitando grande clamore nella comunità scientifica e non solo. La fusione è la reazione che avviene all'interno delle stelle, la loro fonte di energia; riuscire a riprodurre in laboratorio a temperatura ambiente questo processo sarebbe un risultato straordinario. Il proseguimento delle ricerche deluse poi le aspettative iniziali: i rari tentativi (per esempio quelli del 2000 e del 2002) di riprodurre il risultato del 1989 non hanno convinto e la strada della reazione nucleare a bassa energia non si è dimostrata percorribile come alternativa “pulita” alla fissione nucleare, sulla quale si basa il funzionamento delle comuni centrali atomiche.

La sperimentazione di Mosier-Boss è stata condotta immergendo in una soluzione di cloruro di palladio e acqua pesante (acqua con atomi di deuterio al posto dell’idrogeno) un elettrodo di oro o nichel, nel quale è stata fatta passare corrente per innescare la reazione, con un processo detto di co-deposizione Per rilevare le tracce delle particelle emesse durante le reazioni è stata usata una plastica chiamata Cr-39. Su questo materiale, al termine dell’esperimento sono stati osservati gruppi di minuscoli segni che sarebbero stati prodotti, secondo gli autori, dai neutroni originati dalla fusione di nuclei di deuterio. Un piccolo indizio che segnala la possibilità di innescare in laboratorio le cosiddette reazioni nucleari a bassa energia, che sono alla base dei processi di fusione atomica a basse temperature.

Troppa acqua per l'etanolo

Per produrre un litro di biocombustbile possono servire oltre 2.000 litri di acqua: una quantità tre volte maggiore del previsto. Lo studio dell'Università del Minnesota

La produzione di etanolo, il biocombustibile derivato dal mais, richiederebbe un consumo di acqua tre volte più alto del previsto. È quanto emerso da uno studio pubblicato su Environmental Science and Technology dall’Università del Minnesota.

L’etanolo, ottenuto attraverso la fermentazione del mais, fa parte della prima generazione di biocombustibili. Negli Stati Uniti e in Brasile è la più importante alternativa ai derivati del petrolio. Da anni però la comunità scientifica discute su quanto la sua produzione sia conveniente in termini di impatto ambientale. Uno dei nodi di discussione, per esempio, è l’effetto dei fertilizzanti utilizzati nelle coltivazioni di mais non a scopo alimentare, responsabili della desertificazione di alcune aree nel Golfo del Messico. Nonché della emissione di alte quantità di biossido di azoto (NO2), un gas serra rilasciato dai batteri che prosperano nelle terre molto ricche di azoto.

In questo studio è stato preso in considerazione un altro aspetto controverso: l'acqua necessaria alla produzione dell’etanolo dal mais. Secondo i ricercatori statunitensi le stime fatte finora non tengono conto di un fattore molto importante: la variabilità regionale delle condizioni climatiche, dei sistemi di irrigazione e della loro efficienza.

Gli studiosi hanno realizzato una mappa delle coltivazioni di mais destinato alla produzione di combustibile e hanno rilevato che l’80 per cento del granturco viene raccolto entro un raggio di 64 chilometri dalla raffineria dove viene trasformato in etanolo. Utilizzando i dati regionali sul tasso d’irrigazione dei terreni, si è ottenuta una stima dell’acqua necessaria per produrre la “benzina biologica”.

I calcoli parlano chiaro: la quantità di acqua necessaria varia da cinque a 2.138 litri per ottenere un solo litro di etanolo. “Negli Stati con un clima più umido occorre poca acqua, quasi tutta destinata alla bollitura e alla distillazione del mais”, spiega Sangwon Suh coautore dello studio, “mentre nelle zone più aride, come Nabraska, Colorado e California, la quantità di acqua sale esponenzialmente perché necessaria all’irrigazione”.

Nel futuro il consumo di acqua è destinato ad aumentare, vista la crescente esigenza di combustibili alternativi che sta spingendo le coltivazioni di mais verso aree aride e che richiedono grandi quantità di acqua ed energia per la produzione del biocombustibile. Il rischio è che, alla fine, l’energia generata dall’etanolo sia minore di quella necessaria per produrlo.

“È necessario promuovere la produzione di etanolo negli Stati con tassi di irrigazione più bassi. Negli altri la diffusione di questo tipo di coltivazione può diminuire seriamente le scorte di acqua già scarse”, concludono i ricercatori. (i.n.)

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Presto una nuova applicazione permetterà di sapere come muoversi per costruire impianti “puliti”

Google, con l’aiuto della National Audubon Society e della Natural Resources Defense Council, metterà a punto una nuova applicazione per promuovere le energie rinnovabili e la cultura del rispetto per l’ambiente.

Le due organizzazioni partner del colosso di Mountain View hanno accumulato nel tempo una grande quantità di informazioni di tipo ambientale-burocratico, e ora hanno deciso di metterle a disposizione dell’applicazione The Path Green Energy, a cui tutti potranno accedere attraverso Google Earth.

Questo tool, fra l’altro, avrà l’importante funzione, attraverso mappe realizzate appositamente, di mostrare tutte quelle zone nel mondo che sono più adatte alla costruzione di impianti eolici e solari. In genere le aziende che puntano allo sfruttamento delle energie rinnovabili evitano di costruire in luoghi dove si possano generare conflitti con gli abitanti del luogo o con gli stessi ambientalisti, preoccupati dell'impatto delle opere sulla fauna e i paesaggi circostanti. Il servizio di Google Earth si propone di rendere visibili due aspetti fondamentali della questione: la presenza di aree protette o di habitat naturali di specie in via di estinzione e il complesso dell’iter legislativo che le compagnie devono affrontare prima della costruzione degli impianti di energia rinnovabile.

“Questo servizio dà informazioni necessarie a tutti coloro che hanno bisogno di selezionare i luoghi più adatti e potrebbe ridurre i conflitti riguardo allo sviluppo energetico”, ha dichiarato il presidente di Audubon John Flicker. Per ora sono state raccolte informazioni solo su 13 stati degli Usa, ma l’obiettivo finale è quello di aggiungere informazioni riguardanti tutti e cinque i continenti per soddisfare la crescente domanda di energia rinnovabile.